Il Dio del Vento – la prima fiaba imprenditoriale di #mammacheimpresa!

Vi lasciamo in lettura il primo dei racconti di impresa che affiancheranno le 10 opere vincitrici, scritte dai ragazzi che parteciperanno al concorso letterario #mammacheimpresa!, in collaborazione con Rancilio Cube e Feduf. Si tratta della storia di Eolo, impresa che si è ispirata al dio del vento per il proprio nome

Il dio del vento

di Massimiliano Comparin

A nove anni, nel 1982, ebbi in regalo il mio primo computer, un Philips VG8000 che al posto del disco fisso aveva le musicassette dei mangianastri. L’anno successivo uscì nelle sale War Games, un film di grande successo che raccontava di un ragazzino capace, col suo computer e con una linea telefonica, di entrare nel dipartimento di difesa americano e dare il via a una guerra termonucleare. Quel ragazzino, da solo, mise in crisi un sistema e, da solo, riuscì a mettere a posto le cose. Ma era soltanto un film…

Tornando alla mia storia, tutto iniziò alle scuole medie. Avevo dodici anni e il computer era una scatola vuota, una piattaforma per scrivere programmi.
Vuota, sì. Ma poteva contenere tantissime cose, bastava decidere cosa metterci dentro. Come un vaso colmo di terra. Secondo il seme che si decide di far germogliare, crescerà una pianta diversa: un’erbaccia infestante oppure un’enorme bellissima quercia. Dipende dal seme. Il vaso e la terra erano lì davanti a me: uno schermo nero con cursore verde lampeggiante. Ma il seme, il seme lo dovevo mettere io.

La prima cosa che creai con quel computer fu una calcolatrice: battevo i numeri sulla tastiera e lei faceva i calcoli. Sembra una banalità, oggi, ma non lo era, a quei tempi, per un ragazzino di dodici anni.
In seguito creai un programma per contabilizzare i dati di vendita dell’attività di mio padre, a quel tempo agente di commercio per articoli da giardino e gabbie per uccelli. Mi meritai il Commodore Amiga, molto più potente, e imparai il linguaggio C, grazie al quale potei scrivere un programma per gestire banche dati. La banca dati, per capirci, è il principio su cui si basa Facebook: centinaia di milioni di profili continuamente aggiornati cui possiamo accedere collegandoci al dominio creato da Zuckerberg. Le persone chiamavano da ogni parte d’Italia per accedere al mio servizio. Mio padre spendeva un sacco di soldi in telefonate, a quei tempi c’era la teleselezione e più si chiamava lontano da casa, più si pagava.

A quindici anni, frequentavo il liceo scientifico, mi unii ad altri ragazzi, tutti più grandi di me, e insieme creammo una società, la DB Line. Rivendevamo videogames. A quel tempo i videogiochi venivano sviluppati in Giappone e in America, da noi arrivavano tardi oppure non arrivavano proprio. Aprimmo un canale trade, ossia compravamo dalle case madri produttrici, e nel giro di pochissimo tempo distribuimmo in tutto il Nord e Centro Italia. Eravamo in quattro, tutti trentenni a parte me: Marco, consulente informatico, era l’amministratore; Domenico, sviluppatore, seguiva la contabilità e la gestione acquisti e vendite; Fabrizio era il nostro commerciale che in breve mise in piedi una sua rete di vendita; ed io, quindici anni, che del gruppo ero lo smanettone: sceglievo i videogiochi e curavo la banca dati.

Gli affari andavano bene. Appena potevo, andavo in ufficio a lavorare e marinavo scuola. Non quando c’erano i compiti in classe, come a volte facevano i miei compagni, ma solo quando c’erano lezioni leggere. Insomma, mancavo da scuola nei giorni in cui c’era poco da fare e questo destava pochi sospetti, i professori non sapevano che a quindici anni ero già imprenditore. Tutto il mio tempo libero era dedicato al lavoro. Facevo i compiti dalle 5 alle 7 del mattino e non ero, ovviamente, il migliore della classe. Non andavo in giro il pomeriggio in motorino o la sera in discoteca come facevano gli altri ragazzi della mia età, e uscivo poco anche con le ragazze. Ero quello che oggi si potrebbe definire un nerd.

Ero un nerd ante litteram.

E arriviamo ora al 1994, lo spartiacque della mia vita. Avevo vent’anni e per la prima volta si sentì parlare, tra addetti ai lavori (e io ero tra quelli), del protocollo internet rivolto all’industria privata. Fino a quel momento, internet era un enorme consorzio di banche dati che interconnetteva le università americane. In Italia se ne sapeva poco o nulla. Nell’estate di quell’anno partii per gli Stati Uniti, assieme a un amico di Pavia. Comprammo due biglietti open, senza limitazioni, della Delta Airlines. Prima tappa: Atlanta, dove si teneva la più importante fiera delle banche dati.

Seconda tappa: la California.
L’unico modo per collegarsi a internet era frequentare un’università. Avevamo un amico ricercatore a Santa Barbara, affittammo un appartamento e passammo il mese di agosto in quella città. Lì mi resi davvero conto delle potenzialità di Internet. Fu una folgorazione, come se in quelle ore trascorse al campus avessi intravisto il futuro. A settembre tornai in Italia e chiesi ai miei soci di investire in questa nuova avventura. Nessuno accettò, non se la sentivano di lasciare un’attività ben avviata e gettarsi in ciò che poteva rivelarsi un salto nel buio.
Mi feci liquidare e chiesi dieci milioni di lire in prestito a mio padre, costituii una ditta individuale e trasformai la mia banca dati in una piattaforma che chiamai Skylink. La mia ragazza seguiva la contabilità e il back office, io mi occupavo degli aspetti tecnici e commerciali. Tutto dentro un garage.
Fu così che attivai il primo collegamento internet in Italia.
I clienti, all’inizio, furono gli utenti delle mie banche dati. Di notte curavo la parte tecnica, la mattina e il pomeriggio prendevo la valigetta e andavo nelle aziende del territorio a proporre i miei servizi. Fare il commerciale mi servì moltissimo: la mia attività era innovativa e destava particolare interesse, ero quindi spesso ricevuto dal titolare dell’azienda e questo mi aiutò a costruire e tessere relazioni importanti.
Nel ’95 feci il mio primo miliardo, nel ‘96 raddoppiai quella cifra e nel ’97 superai i quattro miliardi e mezzo di lire.
A quel tempo c’erano solo tre internet provider in Italia: I.net, la mia Skylink e Iunet del gruppo Olivetti.
I.net era di proprietà di quattro ragazzi più grandi di me di circa dieci anni che avevano alle spalle un socio di capitali importante, quello che oggi si chiama Venture Capital. Insomma, avevano molto denaro da spendere. Mi chiesero di salire a bordo, incorporando la mia Skylink in I.net. Accettai ma non mi feci pagare cash, in contanti. Preferii le azioni. Diventai proprietario di una quota della società e assunsi un ruolo dirigenziale.
Nel 1998 eravamo il più grande operatore internet business in Italia e fatturavamo circa cento miliardi di lire all’anno.
British Telecom, France Telecom e Deutsche Telecom, le principali aziende di telecomunicazioni di Inghilterra, Francia e Germania, cominciarono a corteggiarci, desideravano acquisirci per entrare nel mercato italiano. Decidemmo infine di vendere a British Telecom il 33% della società con possibilità di salire fino al 51% per poi quotarci nel mercato azionario.
Entrammo in Borsa il 4 aprile del 2000. Avevo ventisei anni.
L’IPO, il valore di collocamento di ogni singola azione, era di 172 euro. Il primo giorno le azioni schizzarono a 440.
L’azienda valeva 4.000 miliardi di lire. Io possedevo una quota significativa di 4.000 miliardi di lire.

Come mi sentivo in quei giorni? Potete ben capire che c’era un entusiasmo pazzesco. Una cosa del genere avrebbe fatto girare la testa a chiunque ma, fortunatamente, non mi ubriacai di quell’entusiasmo e tenni i piedi ben piantati per terra. La new economy appariva simile alla corsa all’oro di un secolo e mezzo prima: pochissimi diventarono ricchi e moltissimi persero tutto; quelli che, invece, vincevano sempre erano i costruttori di setacci e di strumenti da lavoro, che servivano a tutti, vincitori e sconfitti. Noi non partecipavamo alla corsa, davamo la connessione a tutti i cercatori d’oro della nuova frontiera.

Appena fu possibile, i miei soci uscirono dall’azienda e oggi si godono la vita. Fine della storia?
No, per niente. Io avevo ventisette anni e ancora tanta voglia di fare.
Non poteva finire lì.

Tornai al mio primo amore, le banche dati e i videogames, e mi dedicai al gioco in multiutenza, ovvero contro avversari online. E lì mi accorsi del divario digitale di tanti clienti non serviti dall’Adsl, che quindi non potevano giocare. Il mio sogno era costruire una rete mia, uscendo dalla dipendenza di Telecom, che offriva spesso servizi lenti. L’Italia ha infrastrutture digitali scarse e poco veloci, in molte zone del Paese addirittura manca quasi del tutto la connessione. Una nazione senza autostrade digitali è una nazione poco competitiva.

Giusto per fare un esempio, a casa mia, tre chilometri da Varese in aperta campagna, non c’era banda veloce. I miei vicini desideravano poter navigare e chi meglio di me, a loro dire, poteva risolvere questo problema? Pensai di accordarmi con uno di loro, che si trovava nella stessa situazione. Dalla sua azienda, dove invece la banda larga arrivava, sparai il segnale a una stazione radio collocata sul monte Tre Croci, a Varese, e da lì rilanciai la linea verso le nostre abitazioni. La sera stessa, navigavamo con la banda larga, a 20 Mb al secondo. Nel giro di sei mesi, misi insieme mille clienti. Affittai ripetitori di RaiWay, di Mediaset, di privati. Dove non esistevano, ne installai di miei. Equipaggiato da rocciatore, partivo alle 6 di mattina, con la pila frontale attaccata al casco. Oggi anche gli otto alberghi al Passo dello Stelvio, a quasi 3.000 metri di quota, dispongono di Internet, grazie a questo mio sogno all’apparenza irrealizzabile: collegare al Web, senza bisogno dei fili, anche le località più sperdute d’Italia.

Ora sono presidente, amministratore delegato e maggior azionista della più grande rete privata wireless a banda ultra larga esistente al mondo. Questa nuova società l’ho chiamata Eolo, come il dio del vento, perché è interamente basata sui ripetitori radio. Miliardi di byte trasportati nell’etere in un soffio.

Un’antica leggenda greca dice che ogni bambino, appena nato, viene visitato da un Daimon, una specie di elfo, o folletto, oggi diremmo, e gli sussurra nelle orecchie quella cosa che, da adulto, sarà capace di fare: il suo dono. Ogni nuovo nato ha un suo dono, uno soltanto. Il bambino ovviamente non comprende il significato delle parole pronunciate dal Daimon, suo compito sarà sperimentare cose diverse nella vita alla ricerca del suo vero dono, quella parola dimenticata, pronunciata il giorno della sua nascita. Se avrà la fortuna di imbattersi in quella parola, sarà la creatura più felice della terra e la più appagata perché avrà dato un senso alla vita.

Ecco, il mio dono è mettere in comunicazione le persone. Credo di averlo ormai capito.
Se posso dare un consiglio, dico: seguite la vostra passione, i vostri hobby, quello che vi piace. La differenza poi la farà la cura dei dettagli e la qualità. Investite tempo nel circondarvi di persone valide. Siate maniaci di una cosa, una cosa soltanto. Non disperdete risorse o energie in mille rivoli.

In bocca al lupo, ragazzi.

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