Mamma che impresa!

In ogni impresa c’è una fiaba, in ogni fiaba c’è un’impresa

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Cosa succede nelle fiabe? Si raccontano le avventure di re e regine, principi e principesse, fate, streghe e maghi, e altri personaggi fantastici. Nelle fiabe tutto avviene per magia. Eppure anche i personaggi delle fiabe hanno case da abitare, devono nutrirsi e procurarsi ciò che serve per vivere: abiti, mobili, suppellettili. Devono viaggiare, e quindi trovare qualcuno che li trasporti, oppure acquistare un cavallo o una carrozza, per spostarsi. E così via.
Proviamo a immaginare ciò che le fiabe non dicono: quali imprese si nascondono dentro le fiabe? Ricordate Biancaneve? Trovò ospitalità nella casa dei sette nani. I sette nani lavoravano in una miniera di diamanti. E se Biancaneve avesse aperto un laboratorio per creare dei gioielli con quelle splendide pietre preziose?
Oppure facciamo l’esercizio opposto: pensate a un’impresa e a tutte le cose magiche che potrebbero succedere al suo interno. Un esempio?
“C’era una volta una ragazza che faceva l’addetta alle pulizie in un’azienda di calzature. Puliva di notte, quando gli uffici erano chiusi, e a mezzanotte incrociava sempre il proprietario, che restava fino a tardi per finire il suo lavoro. Un bellissimo ragazzo che le piaceva molto. E che aveva un sacco di preoccupazioni, perché i suoi concorrenti producevano modelli favolosi e gli stavano portando via i clienti. Così una volta la ragazza gli disse: “Perché non produci delle scarpe trasparenti, che sembrino di cristallo? Tutte le donne le vorranno!” Vi ricorda qualcosa?
Crediamo nei giovani. In collaborazione con RancilioCube  abbiamo creato un progetto che vedrà coinvolti i ragazzi delle scuole superiori, il nostro futuro più prossimo. Come noi, RancilioCube crede  nei giovani e nella forza delle loro idee. Abbiamo dunque deciso di  partire insieme, proprio da loro, per dar vita a un libro di storie di impresa. Il libro è stato soprannominato  Cubook, perchè sarà una pubblicazione … Cube, che trasmette l’idea che Rancilio ha dell’impresa: un ambito in cui contano soprattutto le persone e le loro idee, e da cui si può generare cambiamento e benessere per tutti. Benessere nel senso di profitto, ma anche di equilibrio con il sistema in cui l’impresa è inserita e fra le diverse sfere del vivere. La pubblicazione si intitolerà Mamma, che impresa! Abbiamo lanciato un concorso nazionale di narrativa per gli studenti delle scuole italiane: i dieci migliori racconti dei ragazzi si accompagneranno a quelli di altrettanti imprenditori affiancati da scrittori professionisti. Saranno storie pensate a loro volta per essere lette da tutti, e in particolare da un pubblico di giovani. Perché sono i giovani che devono crescere con una visione dell’impresa sana e emancipante. Feduf Fondazione per l’educazione economico finanziaria ha apprezzato il valore educativo del nostro progetto e lo ha inserito il nel suo programma educativo Teens. Qui, nel sito della Fondazione, ci sono tutti i link per partecipare:

Il regolamento: http://www.feduf.it/assets/allegati/Regolamento_MammacheImpresa_26sett2014.pdf

 Modulo di registrazionehttp://www.feduf.it/area-riservata/registrazione.php?programma=teens

 Gli obiettivi del progetto: http://www.feduf.it/assets/allegati/Obiettivi.pdf

Le tracce per i ragazzi: http://www.feduf.it/assets/allegati/Tracce.pdf
I consigli di scrittura: http://www.feduf.it/assets/allegati/Consigli_per_scrivere.pdf
La proposta metodologica per gli insegnanti: http://www.feduf.it/assets/allegati/Proposta_metodologica.pdf

Gli obiettivi del concorso Mamma, che impresa!

Desideriamo promuovere lo svolgimento di lavori didattici di esplorazione e approfondimento dei temi legati alla cultura d’impresa, attraverso una rielaborazione creativa in forma di narrazioni, per avvicinare i ragazzi delle scuole secondarie di secondo grado ad ambiti che incidono sulle loro esperienze di vita e sulle loro scelte e che li vedranno protagonisti nell’età adulta, come lavoratori e/o imprenditori. È perciò importante che i ragazzi sviluppino conoscenza, consapevolezza, responsabilità, progettualità circa i comportamenti economici, sia individuali che collettivi, e circa l’impresa in tutte le sue forme, come fulcro del sistema economico. Altrettanto importante è riuscire a stimolare nei più giovani la capacità di proiezione di sé verso il futuro, come anche di comprensione dei comportamenti economici e delle strategie adottate dai diversi attori del loro “sistema” di riferimento.

Ci poniamo diversi obiettivi :

abbattere le barriere che di solito vi sono tra temi i temi economici e i giovani, perché ritenuti distanti dalla loro sensibilità, estranei e “inadatti” a questa fase della vita, astrusi e poco comprensibili, persino noiosi e poco coinvolgenti per esplorare alcuni concetti e valori legati all’impresa e creare su questi una riflessione, con finalità culturali ed educative;
trasmettere conoscenze sul concetto di impresa e sulla cultura imprenditoriale;
promuovere una visione illuminata, lungimirante, innovativa, fiduciosa nel futuro e nel potenziale delle persone, del lavoro e dell’impresa come sfere del vivere, in equilibrio con gli altri ambiti dell’esistenza: gli affetti, la famiglia, il tempo libero, l’impegno civile;
sviluppare nei ragazzi curiosità verso la cultura imprenditoriale e favorire l’applicazione delle loro capacità ideative;
portare i ragazzi a immaginarsi come protagonisti di un progetto imprenditoriale e a esprimere, attraverso la narrazione, la propria visione dell’impresa e una prospettiva di se stessi all’interno di essa e nel tempo futuro;
veicolare alcuni valori fondamentali dell’impresa:
Le persone e le loro capacità e competenze sono la componente più importante dell’impresa.
La forza dell’impresa sono le idee e l’entusiasmo con cui ci si impegna per realizzarle.
L’impresa è un motore del cambiamento e del miglioramento e può/deve coniugare la ricerca di un profitto, che è il suo naturale obiettivo, con l’equilibrio e con lo sviluppo a vantaggio di tutti.

#mammacheimpresa! la premiazione dei racconti dei ragazzi . 16 ottobre 2015 Roma

Venerdì 16 ottobre 2015, i ragazzi, autori dei migliori racconti che hanno aderito al contest #mammacheimpresa, sono stati premiati a Roma  a Palazzo Altieri Piazza Del Gesù:

Da sogno a realtà – Andrea Fanci
Il re – Erica Bertellini
Incontri – Debora Corti
La piccola storia – Ruben Croce
Ogni nuovo gioiello – Bianca Mocanu
Nel… 1945 – Classe II A IeFP, IIS Vincenzo Capirola, Leno
Pedala incontro al futuro – Marco Rizzi, Ilaria Tagliaferri, Vanessa Tagliaferri
Qualcosa di unico e di valore – Vittorio Torri
The lighting machine – Alessandro Paoli, Floriano Ferrante, Riccardo Federici, Francesco Gibaldi
Un modello da seguire – Claudio Rossini

Il libro uscirà in una veste molto particolare a breve

Tutti gli aggiornamenti qui: http://www.mammacheimpresa.eu/

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Alcuni scatti della premiazione dei primi tre racconti classificati per il contest #mammacheimpresa

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Il Dio del Vento – la prima fiaba imprenditoriale di #mammacheimpresa!

Vi lasciamo in lettura il primo dei racconti di impresa che affiancheranno le 10 opere vincitrici, scritte dai ragazzi che parteciperanno al concorso letterario #mammacheimpresa!, in collaborazione con Rancilio Cube e Feduf. Si tratta della storia di Eolo, impresa che si è ispirata al dio del vento per il proprio nome

Il dio del vento

di Massimiliano Comparin

A nove anni, nel 1982, ebbi in regalo il mio primo computer, un Philips VG8000 che al posto del disco fisso aveva le musicassette dei mangianastri. L’anno successivo uscì nelle sale War Games, un film di grande successo che raccontava di un ragazzino capace, col suo computer e con una linea telefonica, di entrare nel dipartimento di difesa americano e dare il via a una guerra termonucleare. Quel ragazzino, da solo, mise in crisi un sistema e, da solo, riuscì a mettere a posto le cose. Ma era soltanto un film…

Tornando alla mia storia, tutto iniziò alle scuole medie. Avevo dodici anni e il computer era una scatola vuota, una piattaforma per scrivere programmi.
Vuota, sì. Ma poteva contenere tantissime cose, bastava decidere cosa metterci dentro. Come un vaso colmo di terra. Secondo il seme che si decide di far germogliare, crescerà una pianta diversa: un’erbaccia infestante oppure un’enorme bellissima quercia. Dipende dal seme. Il vaso e la terra erano lì davanti a me: uno schermo nero con cursore verde lampeggiante. Ma il seme, il seme lo dovevo mettere io.

La prima cosa che creai con quel computer fu una calcolatrice: battevo i numeri sulla tastiera e lei faceva i calcoli. Sembra una banalità, oggi, ma non lo era, a quei tempi, per un ragazzino di dodici anni.
In seguito creai un programma per contabilizzare i dati di vendita dell’attività di mio padre, a quel tempo agente di commercio per articoli da giardino e gabbie per uccelli. Mi meritai il Commodore Amiga, molto più potente, e imparai il linguaggio C, grazie al quale potei scrivere un programma per gestire banche dati. La banca dati, per capirci, è il principio su cui si basa Facebook: centinaia di milioni di profili continuamente aggiornati cui possiamo accedere collegandoci al dominio creato da Zuckerberg. Le persone chiamavano da ogni parte d’Italia per accedere al mio servizio. Mio padre spendeva un sacco di soldi in telefonate, a quei tempi c’era la teleselezione e più si chiamava lontano da casa, più si pagava.

A quindici anni, frequentavo il liceo scientifico, mi unii ad altri ragazzi, tutti più grandi di me, e insieme creammo una società, la DB Line. Rivendevamo videogames. A quel tempo i videogiochi venivano sviluppati in Giappone e in America, da noi arrivavano tardi oppure non arrivavano proprio. Aprimmo un canale trade, ossia compravamo dalle case madri produttrici, e nel giro di pochissimo tempo distribuimmo in tutto il Nord e Centro Italia. Eravamo in quattro, tutti trentenni a parte me: Marco, consulente informatico, era l’amministratore; Domenico, sviluppatore, seguiva la contabilità e la gestione acquisti e vendite; Fabrizio era il nostro commerciale che in breve mise in piedi una sua rete di vendita; ed io, quindici anni, che del gruppo ero lo smanettone: sceglievo i videogiochi e curavo la banca dati.

Gli affari andavano bene. Appena potevo, andavo in ufficio a lavorare e marinavo scuola. Non quando c’erano i compiti in classe, come a volte facevano i miei compagni, ma solo quando c’erano lezioni leggere. Insomma, mancavo da scuola nei giorni in cui c’era poco da fare e questo destava pochi sospetti, i professori non sapevano che a quindici anni ero già imprenditore. Tutto il mio tempo libero era dedicato al lavoro. Facevo i compiti dalle 5 alle 7 del mattino e non ero, ovviamente, il migliore della classe. Non andavo in giro il pomeriggio in motorino o la sera in discoteca come facevano gli altri ragazzi della mia età, e uscivo poco anche con le ragazze. Ero quello che oggi si potrebbe definire un nerd.

Ero un nerd ante litteram.

E arriviamo ora al 1994, lo spartiacque della mia vita. Avevo vent’anni e per la prima volta si sentì parlare, tra addetti ai lavori (e io ero tra quelli), del protocollo internet rivolto all’industria privata. Fino a quel momento, internet era un enorme consorzio di banche dati che interconnetteva le università americane. In Italia se ne sapeva poco o nulla. Nell’estate di quell’anno partii per gli Stati Uniti, assieme a un amico di Pavia. Comprammo due biglietti open, senza limitazioni, della Delta Airlines. Prima tappa: Atlanta, dove si teneva la più importante fiera delle banche dati.

Seconda tappa: la California.
L’unico modo per collegarsi a internet era frequentare un’università. Avevamo un amico ricercatore a Santa Barbara, affittammo un appartamento e passammo il mese di agosto in quella città. Lì mi resi davvero conto delle potenzialità di Internet. Fu una folgorazione, come se in quelle ore trascorse al campus avessi intravisto il futuro. A settembre tornai in Italia e chiesi ai miei soci di investire in questa nuova avventura. Nessuno accettò, non se la sentivano di lasciare un’attività ben avviata e gettarsi in ciò che poteva rivelarsi un salto nel buio.
Mi feci liquidare e chiesi dieci milioni di lire in prestito a mio padre, costituii una ditta individuale e trasformai la mia banca dati in una piattaforma che chiamai Skylink. La mia ragazza seguiva la contabilità e il back office, io mi occupavo degli aspetti tecnici e commerciali. Tutto dentro un garage.
Fu così che attivai il primo collegamento internet in Italia.
I clienti, all’inizio, furono gli utenti delle mie banche dati. Di notte curavo la parte tecnica, la mattina e il pomeriggio prendevo la valigetta e andavo nelle aziende del territorio a proporre i miei servizi. Fare il commerciale mi servì moltissimo: la mia attività era innovativa e destava particolare interesse, ero quindi spesso ricevuto dal titolare dell’azienda e questo mi aiutò a costruire e tessere relazioni importanti.
Nel ’95 feci il mio primo miliardo, nel ‘96 raddoppiai quella cifra e nel ’97 superai i quattro miliardi e mezzo di lire.
A quel tempo c’erano solo tre internet provider in Italia: I.net, la mia Skylink e Iunet del gruppo Olivetti.
I.net era di proprietà di quattro ragazzi più grandi di me di circa dieci anni che avevano alle spalle un socio di capitali importante, quello che oggi si chiama Venture Capital. Insomma, avevano molto denaro da spendere. Mi chiesero di salire a bordo, incorporando la mia Skylink in I.net. Accettai ma non mi feci pagare cash, in contanti. Preferii le azioni. Diventai proprietario di una quota della società e assunsi un ruolo dirigenziale.
Nel 1998 eravamo il più grande operatore internet business in Italia e fatturavamo circa cento miliardi di lire all’anno.
British Telecom, France Telecom e Deutsche Telecom, le principali aziende di telecomunicazioni di Inghilterra, Francia e Germania, cominciarono a corteggiarci, desideravano acquisirci per entrare nel mercato italiano. Decidemmo infine di vendere a British Telecom il 33% della società con possibilità di salire fino al 51% per poi quotarci nel mercato azionario.
Entrammo in Borsa il 4 aprile del 2000. Avevo ventisei anni.
L’IPO, il valore di collocamento di ogni singola azione, era di 172 euro. Il primo giorno le azioni schizzarono a 440.
L’azienda valeva 4.000 miliardi di lire. Io possedevo una quota significativa di 4.000 miliardi di lire.

Come mi sentivo in quei giorni? Potete ben capire che c’era un entusiasmo pazzesco. Una cosa del genere avrebbe fatto girare la testa a chiunque ma, fortunatamente, non mi ubriacai di quell’entusiasmo e tenni i piedi ben piantati per terra. La new economy appariva simile alla corsa all’oro di un secolo e mezzo prima: pochissimi diventarono ricchi e moltissimi persero tutto; quelli che, invece, vincevano sempre erano i costruttori di setacci e di strumenti da lavoro, che servivano a tutti, vincitori e sconfitti. Noi non partecipavamo alla corsa, davamo la connessione a tutti i cercatori d’oro della nuova frontiera.

Appena fu possibile, i miei soci uscirono dall’azienda e oggi si godono la vita. Fine della storia?
No, per niente. Io avevo ventisette anni e ancora tanta voglia di fare.
Non poteva finire lì.

Tornai al mio primo amore, le banche dati e i videogames, e mi dedicai al gioco in multiutenza, ovvero contro avversari online. E lì mi accorsi del divario digitale di tanti clienti non serviti dall’Adsl, che quindi non potevano giocare. Il mio sogno era costruire una rete mia, uscendo dalla dipendenza di Telecom, che offriva spesso servizi lenti. L’Italia ha infrastrutture digitali scarse e poco veloci, in molte zone del Paese addirittura manca quasi del tutto la connessione. Una nazione senza autostrade digitali è una nazione poco competitiva.

Giusto per fare un esempio, a casa mia, tre chilometri da Varese in aperta campagna, non c’era banda veloce. I miei vicini desideravano poter navigare e chi meglio di me, a loro dire, poteva risolvere questo problema? Pensai di accordarmi con uno di loro, che si trovava nella stessa situazione. Dalla sua azienda, dove invece la banda larga arrivava, sparai il segnale a una stazione radio collocata sul monte Tre Croci, a Varese, e da lì rilanciai la linea verso le nostre abitazioni. La sera stessa, navigavamo con la banda larga, a 20 Mb al secondo. Nel giro di sei mesi, misi insieme mille clienti. Affittai ripetitori di RaiWay, di Mediaset, di privati. Dove non esistevano, ne installai di miei. Equipaggiato da rocciatore, partivo alle 6 di mattina, con la pila frontale attaccata al casco. Oggi anche gli otto alberghi al Passo dello Stelvio, a quasi 3.000 metri di quota, dispongono di Internet, grazie a questo mio sogno all’apparenza irrealizzabile: collegare al Web, senza bisogno dei fili, anche le località più sperdute d’Italia.

Ora sono presidente, amministratore delegato e maggior azionista della più grande rete privata wireless a banda ultra larga esistente al mondo. Questa nuova società l’ho chiamata Eolo, come il dio del vento, perché è interamente basata sui ripetitori radio. Miliardi di byte trasportati nell’etere in un soffio.

Un’antica leggenda greca dice che ogni bambino, appena nato, viene visitato da un Daimon, una specie di elfo, o folletto, oggi diremmo, e gli sussurra nelle orecchie quella cosa che, da adulto, sarà capace di fare: il suo dono. Ogni nuovo nato ha un suo dono, uno soltanto. Il bambino ovviamente non comprende il significato delle parole pronunciate dal Daimon, suo compito sarà sperimentare cose diverse nella vita alla ricerca del suo vero dono, quella parola dimenticata, pronunciata il giorno della sua nascita. Se avrà la fortuna di imbattersi in quella parola, sarà la creatura più felice della terra e la più appagata perché avrà dato un senso alla vita.

Ecco, il mio dono è mettere in comunicazione le persone. Credo di averlo ormai capito.
Se posso dare un consiglio, dico: seguite la vostra passione, i vostri hobby, quello che vi piace. La differenza poi la farà la cura dei dettagli e la qualità. Investite tempo nel circondarvi di persone valide. Siate maniaci di una cosa, una cosa soltanto. Non disperdete risorse o energie in mille rivoli.

In bocca al lupo, ragazzi.

mamma che impresa – i racconti vincitori

I Racconti vincitori della competizione letteraria “Mamma che impresa!” 2015

Nel…1945
Classe II A IeFP IIS Vincenzo Capirola di Leno (BS)

Incontri
Debora Corti II A ISIS G.D Romagnosi di Erba (CO)

La piccola storia
Ruben Croce IV D CAPAC Politecnico Commercio e Turismo di Milano

Biancaneve
Bianca Mocanu II A ISIS G.D Romagnosi di Erba (CO)

Il re
Erica Bertellini IV C CAPAC Politecnico Commercio e Turismo di Milano

Racconto Traccia n.7
Vittorio Torri IV AI ISIS C Facchinetti Castellanza (VA)

Da sogno a realtà
Andrea Franci IV B ISIS G.D Romagnosi di Erba (CO)

Fiaba scritta per
Claudio Rossini IV B ISIS G.D Romagnosi di Erba (CO)

The lighting machine
Alessandro Paoli, Floriano Ferrante, Riccardo Federici, Francesco Gibaldi II AR IST Gastaldi Abba di Genova

Pedala incontro al futuro
Marco Rizzi, Ilaria Tagliaferri, Vanessa Tagliaferri II A IIS Di Vilminore di Scalve (BG)

#mammacheimpresa – vota l’incipit del racconto che ti piace di più!

Quale racconto ti piace di più?

Giovani scrittori crescono! Con la competizione letteraria “Mamma che impresa” gli studenti delle scuole superiori imparano ad elaborare scritti sui temi inerenti la cultura imprenditoriale.

I contenuti, ispirati al programma didattico “Teens”, verranno pubblicati a novembre all’interno di un volume edito per Rancilio Cube da Edizioni dEste, che conterrà anche storie scritte da imprenditori di successo.

In questa pagina sono visualizzabili gli estratti dei racconti vincitori, selezionati dalla Giuria composta dalla Fondazione, Rancilio Cube e da Edizioni dEste.

Cosa ne pensi? Se ti appassiona la lettura, fino al 15 ottobre p.v. puoi esprimere la tua preferenza!

Il progetto più votato riceverà una menzione ed un premio speciale nel corso dell’evento di premiazione del vincitore nazionale.

votate!!!!

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3 pensieri su “Mamma che impresa!

  1. Pingback: Mamma, che impresa! | sabrinaminetti

  2. Pingback: Il Dio del Vento – la prima fiaba imprenditoriale di #mammacheimpresa! | edizioni dEste

  3. Pingback: L’editoria è finanziare i sogni – Edizioni dEste a OkRadio | edizioni dEste

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